
Nella prefazione si scrive: "In esse ritroviamo la tradizione dell’arte occidentale e la necessità di rinnovarla, avendo coscienza di quella pluralità di stratificazioni culturali che la caratterizzano, al punto che l’artista ha elaborato una metodologia di lavoro assolutamente innovativa, in cui le tecniche abituali, dal disegno alla pittura, dal collage alla grafica, si rapportano dialetticamente all’uso delle nuove tecnologie, dalla fotocopia all’elaborazione digitale".
Il professore Carlino nella sua relazione critica scrive tra l'altro: “Il lavoro pittorico di Rea punta nella direzione di un’origine, di un cominciamento prima di ogni tempo, e in parallelo, con ritmo altrettanto sostenuto, si volge al futuro come disseminandone gli indizi, i segni incipitari e sembra annunciare quel che non è ancora, configurandone l’eventualità. Il “di qua” di una indistinta e condivisa totalità originaria che ha i caratteri del sogno e dell’utopia e il “di là” di qualcosa che si mostra indeterminato e che tuttavia ci attende e attende il nostro impegno per l’avvenire: contro il postmoderno concentrato asfitticamente sul presente, ridotto sulle sue piccolissime misure, nella rappresentazione di queste tele l’oggi non ha tempo di consistere e si riapre dinamicamente, si rivitalizza riempiendosi di passato e di futuro”.
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